Venerdì 24 settembre 2021

Braccia rubate dall’agricoltura specializzata?

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Riprendiamo il post pubblicato da Luca Riccadonna a proposito della mancanza di manodopera per le raccolte di prodotti agricoli con alcune considerazioni del rappresentante Giovani nel consiglio nazionale presso Confcooperative Nazionale e presidente dei Giovani Cooperatori Trentini.
Specializzare un’azienda vuol dire fare bene e a costi ridotti un prodotto solo. La meccanizzazione ha portato a questo. Se ho 3 ettari: uno a mele, uno a mais e uno a ortaggi, nel momento in cui compero il carro raccolta e i trattori adatti, mi conviene far tutto mele per ammortizzarli e ottimizzare il reddito. Questo è certamente vero. Ma la diversificazione, meno efficiente, ha però un vantaggio importante: se un anno mi va male una cosa (che sia per clima o per mercati), è possibile che un’altra vada bene e il mio reddito (inferiore) sia decisamente più garantito.
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Un’aspetto però che si valuta poco è che la piccola azienda “multicoltura” per anni ha potuto disporre di una discreta quantità di “braccia gratuite e consenzienti” per le raccolte. Sono le persone della comunità, più o meno giovani, a cui l’azienda mista fa “piaceri ” durante l’anno. Il viaggetto di letame per l’orto, falciare un prato in mezzo al paese, un viaggio col rimorchio per trasloco, arare un orto un po’ grande, sollevare qualcosa con il telescopico. E poi tutti i piaceri “in prodotti”, le ballette di fieno per fare le “panche” del bar (il tema non è il prezzo, ma trovarle!), il prodotti in eccesso dell’orto famigliare dell’azienda agricola dati qua e là a prezzi simbolici, un coniglio allevato come si deve, un viaggio di legna per l’anziano più tutti gli analoghi i “piaceri” ai famigliari.
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Ecco, tutte queste cose, per anni, si sono tradotte in aiuto di braccia e “di cuore” che andava ad aiutare le aziende nei momenti di raccolta. Alla fine si pagava comunque chi veniva ad aiutare ma erano cifre simboliche (e aveva senso visto quanto sopra) i giovani li prendevano e avevano guadagnato anche esperienza nel lavoro, i più grandi protestavano ricordando i piaceri fatti e dicevano “daghei ai matelòti” (dalli ai più giovani).
Detto questo, allora il valore del prodotto pagato al contadino era tot, oggi è ben o male rimasto invariato, ma il fatto che le aziende “professionali specializzate” si siano scollegate dalla comunità, sommato alle norme sulle assunzioni, crea l’impossibilità matematica di pagare gli operai secondo gli standard di altri settori. Spesso si fanno paragoni del tutto insensati. Come elettricista ai tempi prendevo 21 € all’ora, a raccogliere patate oggi mi danno 8-10 € all’ora, ma non ha senso fare paragoni. Anzi, avrebbe senso chiederne 5-6 € più qualche sacco di patate. Son lavori di qualche settimana, mica per tutto l’anno.
Un’azienda piccola e multicolturale ha mille risvolti sul territorio che lo rende migliore e vivibile. Io sinceramente, fatti due conti, mi sento in difetto a non aiutare.
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In questo scenario si è inserita poi la manodopera dall’estero che fa “concorrenza” all’aiuto vicendevole della comunità, ma è la comunità scollegandosi dalle aziende che incentiva questa cosa… perché come detto, il valore del prodotto al contadino è invariato da anni.
Invocare salari elevati per le raccolte significa dire: io voglio poche aziende grandi enormi, monocolturali, i prati pendenti abbandonati, gli anziani chiusi in casa perché nessuno gli ara l’orto e con la pensione in rosso a comprar gasolio perché nessuno li porta la legna.
Un’azienda con bassi costi di raccolta, grazie alla comunità, può assumere una persona in più fissa tutto l’anno ad un salario più che buono… in quale caso “si vince di più?”

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