Giovedì 21 ottobre 2021

Convivenza con lupi e orsi? Come fanno al Parco della Maiella

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Non si placano le polemiche per le razzie di lupi e orsi sui monti della provincia di Sondrio e territori confinanti.
Se in Svizzera in alcuni casi hanno provveduto all’abbattimento dei lupi e in altri invece non è stato possibile, in Valtellina il dibattito è ampio e i provvedimenti meno celeri rispetto ai vicini elvetici.
Senza parlare del problema cinghiali che se non attaccano gli altri animali distruggono intere coltivazioni.
In particolare dopo la cavalla azzannata in Valchiavenna e le pecore uccise in Alpe Spluga gli allevatori richiedono a gran voce un veloce intervento degli enti preposti. Dall’altra non sono da meno coloro che invece non vogliono che si colpiscano i predatori.
E se come sempre tra due litiganti il terzo gode (lupi o orsi che siano) crediamo si interessante riportare anche il modus operandi che viene portato avanti dagli allevatori della Maiella, un modello per chi vuole convivere con il lupo.

La presenza del lupo in Lombardia: 14 predazioni nel 2021

Sono arrivati, anzi tornati, dal Tirolo austriaco, dall’Alto Adige, dalla Baviera e non solo, in visita al Parco Nazionale della Majella. Certo, per ammirare le bellezze dell’Appennino abruzzese, ma soprattutto per cogliere i segreti della difficile, ma qui possibile convivenza con il lupo (e con l’orso).
Una delegazione di allevatori, ricercatori, funzionari dei Länder, rappresentanti istituzionali e operatori economici delle montagne alpine, in missione per il Progetto “LIFEstockProtect”, ha visitato in questi giorni, insieme ad un gruppo di esperti della European Wilderness Society, accompagnati dall’Ufficio Veterinario del Parco Nazionale della Maiella, i pascoli e gli allevamenti monticanti del Parco, per comprendere in che modo gli allevatori della Montagna Madre abbiano saputo conservare, anzi rielaborare e consolidare, il loro rapporto di convivenza con i grandi predatori.
I lupi sono di recente tornati in Tirolo e in Baviera, provenienti sia dall’Appennino, sia dalla Slovenia, sia dalla Germania, e trovano, nei verdi pascoli tirolesi, spesso greggi non particolarmente protette, perché la lunga assenza del predatore da quelle montagne ha fatto dimenticare, per generazioni, l’uso di condurre gli animali al pascolo sotto la custodia continua del pastore e dei cani e l’utilizzo di stazzi protetti per la notte, come invece è sempre accaduto in Abruzzo.
Non che questo però sia scontato, ai nostri allevatori va riconosciuto il merito di aver non solo ripreso la tradizione antica della buona gestione delle pecore al pascolo, ma anche di aver collaborato con il Parco, negli ultimi anni, perché questa tradizione venisse rinforzata anche nelle nuove aziende e presso i nostri giovani allevatori, che lavorano in un contesto di speciale tutela, molto bello, ma a volte difficile e anche profondamente cambiato dal punto di vista ecologico. Grazie a loro, gli oltre 100 lupi della Majella, come ci dicono gli studi effettuati dal Parco, “si servono” degli animali domestici solo per il 5% della loro dieta: questo accade perché c’è ampia disponibilità di prede selvatiche, come cinghiali, cervi e caprioli, ma soprattutto perché gli allevamenti ben custoditi non sono “scelti” dal lupo di frequente, perché il lupo teme l’uomo, e preferisce starne lontano, quando può. I nostri colleghi settentrionali dunque, oltre che essere molto interessati agli studi condotti in questi anni dai tecnici del Parco, sono rimasti assolutamente colpiti nell’ascoltare i racconti degli allevatori e dei pastori della Maiella, che hanno garantito di non aver nessun problema con il lupo, o almeno che le rare predazioni che avvengono, non costituiscono di certo il problema principale per l’economia dell’azienda. E ne hanno avuto conferma, toccando con mano la gestione di questi allevamenti e osservando come i pastori conducono le greggi al pascolo, insieme ai cani da pastore abruzzesi e ai sistemi di protezione, tra i quali recinzioni elettrificate o metalliche, consegnate dal Parco proprio per consolidare queste strategie di prevenzione.
La visita è stata anche una buona occasione di scambio culturale e di vivace discussione rispetto a temi di forte attualità, come l’importanza ecologica del mantenimento di attività di pascolo sostenibili, la qualità dei prodotti, la biodiversità agroalimentare e soprattutto la necessità di maggiore attenzione istituzionale agli allevamenti di piccole dimensioni che deve venire con la nuova programmazione, con la PAC (Politica Agricola Comune), in passato “troppo orientata” sui modelli di allevamento intensivo, i cui fondi dovranno essere auspicabilmente indirizzati al sostegno effettivo di queste attività, piccole, ma fondamentali per l’economia della montagna, la nostra identità culturale e la tutela dell’ambiente. Il modello offerto dagli Allevatori della Montagna Madre, attento alle caratteristiche del territorio, sostenibile, legato alla biodiversità dei pascoli, in filiera corta, e dunque connesso alle economie territoriali, è quello che si identifica con una costante e irrinunciabile custodia degli animali al pascolo: l’unico possibile, dunque, che riesca ad evitare che la presenza del lupo, pregio e simbolo della montagna europea, diventi occasione di conflitto (fonte: parcomajella.it).

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