Domenica 19 settembre 2021

Il castagno può vivere 1.000 anni: il pane di legno o dei poveri

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Lo sapevate che una pianta di castagno può vivere sino a 1.000 anni? E che le castagne erano chiamate “pane di legno“?
Appunti sulla vegetazione di montagna (CASTANETO / Castagno. Castanea sativa Miller, fam. Fagaceae, t.c.:SE-Europea).
Albero maestoso alto sino a 30 m con tronco tozzo sino a 8-9 m di circonferenza. Corteccia liscia, marrone da giovane, grigia e fessurata con l’età, con fessure ad andamento a spirale negli esemplari più vecchi. I rami sono spesso contorti, quelli bassi orizzontali e rivolti verso il basso possono toccare terra. La forma della chioma varia con l’età; quelli vecchi hanno una cupola alta e diverse cupole secondarie più basse. Le foglie sono alterne, lunghe 15-20 cm e larghe circa 10 cm, sono lanceolate, coriacee, di color verde scuro lucente con circa 20 nervature per lato terminanti in un dente spinoso. La pagina inferiore è di colore pallido. In autunno diventano gialle e poi marroni, La fioritura avviene dopo la comparsa delle foglie da maggio a luglio; i fiori maschili sono raccolti in lunghi amenti gialli (20-30 cm). I fiori femminili sono portati presso la base dell’amento maschile riuniti a 2-3 in un involucro verde con spine rigide all’esterno e peli bianchi sericei verso l’interno. A ottobre nel riccio maturano solitamente due acheni di color marrone-rossiccio. La fruttificazione inizia a circa 25 anni e prosegue per circa 15 anni.

Presente nel periodo Terziario il castagno scompare in Italia durante la glaciazione di Würm quando si ritirò in stazioni rifugio nei Balcani; ricompare in Italia solo in epoca storica probabilmente introdotto dall’uomo dalla Asia Minore e dalla Grecia. Alcuni autori sostengono, però, che oltre che nei Balcani il Castagno sopravvisse in alcune stazioni in Italia dove pertanto risulterebbe indigeno. Il castagno ha avuto una prima diffusione in epoca romana ed una seconda in epoca medioevale quando è stato diffuso ben oltre i limiti del suo habitat occupando tutte le pendici di bassa montagna ad eccezione di quelle più aride e sassose. In seguito all’abbandono della coltivazione negli ultimi decenni si assiste ad una naturalizzazione del Castagno che da specie coltivata torna a far parte della flora forestale spontanea.
E’ una latifoglia che ama il caldo, ma non sopporta l’aridità, preferendo regioni con una certa piovosità (non inferiore a 700 mm annui). Dal punto di vista termico richiede una temperatura media media annua tra 10 e 15 °C, mentre la media del mese più freddo non deve essere inferiore a 0 – 1°C. Per quanto riguarda la reazione del terreno preferisce quella acida o quanto meno neutra. Nelle zone prealpine può spingersi sino a 1.200 m di altitudine. Pianta longeva, può vivere oltre 5 secoli e, in alcuni casi, fino a 1.000 anni.

Il Castagno è sia pianta da frutto che da legname con boschi da frutto (selve) governati ad alto fusto mentre quelli per la produzione di legname erano cedui. Il legno è bruno, di media durezza, con anelli di crescita ben distinti. Era molto usato in passato per la produzione di legname anche per la sua resistenza all’umidità per pali, travature, mobili rustici, doghe di botti, barche. Dal legno e dalla corteccia del Castagno si estraeva il tannino, utilizzato per la concia delle pelli. L’estrazione nel XIX secolo era realizzata in Lombardia in veri e propri opifici. I frutti erano largamente utilizzati per scopi alimentari; essi si dividono in marroni e castagne.
I marroni sono di pezzatura superiore (un frutto pesa 13-14 g) ma sono anche rivestiti da una pellicola (episperma) sottile che non penetra nei solchi che nelle castagne dividono il frutto in setti.
Le varietà di marroni sono più esigenti in termini di cure colturali e di condizioni ambientali. I marroni venivano consumati arrostiti e lessati mentre con le castagne essiccate e macinate si preparava una farina usata in passato anche per la panificazione (“pane di legno” o “pane d’albero”) e per la preparazione di pappe e polente in aggiunta con latte e suoi derivati. Oggi la farina di castagne serve alla preparazione di specialità di pasticceria (marroni canditi), marmellate, biscotti, castagnaccio.

Fino all’inizio del XIX secolo, quando la patata e il mais divennero la base dell’alimentazione delle popolazioni montane, la castagna era considerata il “pane dei poveri” e svolgeva nelle montagne prealpine ed appenniniche un ruolo alimentare fondamentale.
I frutti si raccoglievano in autunno e venivano conservati per un anno. I sistemi di conservazione erano svariati; a volte erano mantenute nei ricci ancora chiusi direttamente nella selva o in qualche angolo fresco della casa o della cantina (ricciaia); in altri casi venivano trattate per nove giorni (“novena”) in acqua fredda, quindi stesi, asciugati e rivoltati; un altro modo di conservarli consisteva nel tenerli nella sabbia in grotte adatte. L’essiccazione rappresentava, però, il sistema principe di conservazione. Era realizzata in edificio apposito (graa) diviso in due piani da un graticcio in legno. Le castagne, stese sul graticcio, erano essiccate lentamente dal fumo del fuoco acceso al piano terreno. Quando, invece, l’essicazione avveniva in un locale dell’abitazione si utilizzava il fumo del focolare deviato in una cassa con fondo graticciato posta nel sottotetto. Il fuoco era alimentato da legna, ricci e scarti dell’anno precedente appositamente conservati.
Nella Val Perlana erano presenti estesi castagneti da frutto anche al di sopra dei 1.000 m (Pianballo, Cima alla Croce) e piante isolate sono presenti in neoformazioni sino a 1.200 m (loc. la Croce). Nei Castagneti si trova una flora simile a quella dei Querceti misti che rappresentano la vegetazione potenziale delle superfici interessate alla coltivazione del Castagno; l’ambiente rispetto al Castagneto è, però, più fresco ed umido e quindi sono frequenti le specie di corteggio della Faggeta (es. Luzula nivea). Nel sottobosco dei Castagneti sono frequenti le felci insieme a diverse graminacee.
Fonte: Ruralpini.it
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