Martedì 27 luglio 2021

Dalla regia di film sotto il nazismo a due vie su Ortles e Gran Zebrú

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Il 22 giugno Sulden am Ortler (Solda all’Ortles) è stata una giornata di festa. Nella giornata del 22 giugno 1931 (esattamente 90 anni fa), dopo 17 ore di avventura, veniva scritta un’altra indelebile pagina della storia dell’alpinismo: la Ortler Norwand era vinta, meno di un anno dopo la Königsspitze Nordwand, salita il 5 Settembre 1930, le due più belle pareti di ghiaccio delle Alpi orientali, tra le più ardite delle intere Alpi, erano conquistate. A compiere l’impresa Hans Ertl, la cui vita ci tengo a raccontarla, perché è alquanto interessante, almeno per me. Hans è nato nella culla del Nazismo, a Monaco di Baviera, il 21 Febbraio 1908, fin da giovanissimo è appassionato di montagna, pratica fin da ragazzo l’alpinismo mostrando già da giovanissimo le sue capacità, ma ha grande passione anche per il cinema e la fotografia, tanto da farne un lavoro, proprio nella foto si può vedere all’opera dietro la sua cinepresa. A soli 21 e 22 anni affronta le pareti nord dell’Ortles e del Gran Zebrù, con due grandiose vie che ancora oggi portano il suo cognome. Oltre alla montagna ed alla cinepresa una “passione oscura” lo travolge: quella che lo legherà al Regime Nazista. Nel 1936, in occasione delle Olimpiadi di Berlino, è artefice, insieme ad un socio del tanto contestato film Olympia, in cui si sottolinea al Mondo la superiorità della razza ariana. Entra in contatto e stringe rapporti con i maggiori esponenti del Terzo Reich, viene anche visto più volte con il Führer in persona. Verso il 1940 raggiunse l’apice della sua fama: diviene il regista di numerosi cinegiornali propagandistici del Nazismo, conoscendo così da vicino grandi generali della Gestapo e delle SS. Quello che successe verso il 1945 è noto a tutti, con la perdita immane della Germania e la caduta del Nazismo, fu costretto ad emigrare per non incorrere alle “sanzioni” che tutti conosciamo, quelle riservate ai grandi autori del Nazismo, in cui lui ricadeva. Grazie all’appoggio delle SS, riesce ad inserirsi nella cosiddetta “Ratline”, la via di fuga verso l’America Latina da parte dei criminali nazisti. Ecco così che approda in Bolivia, ma non ci va da solo, ci va con l’unica figlia Monika, nata nel 1937, persona la cui fine fu tragica di cui parlo qui di seguito, perché fu l’antitesi del padre: Hans Nazista, Monika Comunista. Monika cresce così a La Paz insieme al padre, nel quartiere praticamente fondato dai tedeschi scappati dalla Germania, praticamente comandato da Klaus Barbie, che lei chiamerà lo Zio Klaus, detto anche il “macellaio di Lione”, proprio per i fatti avvenuti durante l’occupazione nazista della cittadina francese durante la seconda guerra mondiale, che qui a La Paz cambierà il nome in Altmann. Monika cresce così in un ambiente in cui l’antisemitismo ed il razzismo sono alla base di tutto, rievocando così il periodo più buio dell’umanità dell’ultimo secolo. È la “pupilla” del padre Hans, appassionata di fotografia, cinema, armi da fuoco e politica, fu proprio il padre a spingerla a sposare un rappresentante dell’alta borghesia tedesca di La Paz, altro pezzo grosso nazista, ma il matrimonio durò pochi anni, lei in realtà aveva un animo ed una mentalità che poco avevano a che fare con quella visione tipica del Nazismo. Divorzia e, contro ogni aspettativa, si avvicina alle gesta rivoluzionarie di Che Guevara, proprio l’opposto del partito del padre. Inizia così ad interessarsi a quell’idea di rivoluzione comunista, soprattutto dopo la sua vittoria a Cuba, che avvicina a Guevara tanti giovani. Nel 1967 Monika rimane sconvolta dalle immagine del rivoluzionario steso con le mani tagliate, lì diventa il suo idolo e decide di dedicare la sua vita alla rivoluzione e soprattutto di vendicarlo. Entra nel partito boliviano per la lotta alla diseguaglianza sociale, si innamora di un generale di quel partito comunista e cancella il suo nome e cognome tedeschi, diventando Imilla la Rivoluzionaria. A soli 32 anni inizia così a pianificare l’omicidio di Quintanilla, il generale che uccise Che Guevara, che nel frattempo era stato promosso diplomatico e trasferito (ironia della sorte) proprio ad Amburgo, in Germania. Per lei ed il suo gruppo di rivoluzionari boliviani ci vollero quasi due anni per arrivare armata davanti a lui, grazie anche all’appoggio ed alle informazioni di gruppi di ultra sinistra. Monika, pronta per l’assassinio, decise quindi di tornare nella sua madre patria nel 1971, arrivando ad Amburgo a Marzo come falsa turista australiana. Lì grazie all’appoggio di un esponente del partito comunista, si fa dare una pistola Colt Cobra 38 special, presa a sua volta da un italiano che, udite udite, fu Giangiacomo Feltrinelli, patron della famosa casa editrice. Per attuare il suo piano si finse una turista in cerca di visto per entrare in Bolivia, per questo visto doveva passare dal consolato boliviano dove c’era proprio Quintanilla. Il Generale però era sempre sotto scorta, si era fatto molti nemici e non rimaneva mai solo, peccato che avesse un debole per le belle donne, e Monika lo era. Con delle “avance” Monika riesce a rimanere sola con lui, proprio mentre si toglieva gli abiti lei sparò tre colpi d’arma da fuoco su di lui che morì all’istante. Nella fuga lascia la parrucca che indossava, la pistola è un foglio di carta dove c’era scritto: vittoria o morte! La polizia tedesca risalì a Feltrinelli che però non si fece trovare nella sua casa di Milano, il suo corpo venne rinvenuto morto un anno dopo sotto un traliccio. Monika Ertl invece ritorna in Bolivia dove però deve continuare a nascondersi, il governo ha posto una taglia sulla sua testa. Sempre ironia della sorte, a trovarla ed ucciderla, dopo ore di tortura, fu proprio il suo “Zio Klaus”, che era ben conosciuto per le sue doti di “cercatore” di avversari. Del corpo di Monika non si seppe più nulla, per anni il padre Hans, il mitico uomo della Nordwand di Ortles e Gran Zebrú, chiese a Klaus di riaverlo per darle degna sepoltura, ma lui si rifiutò sempre, forse per non mostrare i segni della tortura. Proprio Hans, come atto d’amore per la figlia morta, dedicó il resto dei suoi giorni ad aiutare il partito comunista della Bolivia, creando una casa museo in onore di Monika proprio a La Paz, stessa casa dove decise di farsi seppellire alla sua morte, avvenuta alla veneranda età di 92 anni, nell’Ottobre del 2000. Hans Ertl ha conquistato grandi montagne, ma è morto con un grande dolore addosso, quello della morte prematura della figlia, assassinata dal suo stesso partito che appoggiava, incredibile a volte la vita.
Marco Trezzi
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