Lunedì 27 settembre 2021

La Politica Agricola Comunitaria droga il mercato o paga i costi reali?

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Riprendiamo il post pubblicato a proposito dei fondi PAC sui propri social da Luca Riccadonna. rappresentante Giovani nel consiglio nazionale presso Confcooperative Nazionale e presidente dei Giovani Cooperatori Trentini. Come spunto di riflessione relativamente ai contributi finalizzati a favorire i piccoli allevatori soprattutto nelle zone marginali, come la montagna, e non gli speculatori.
“Il 90% delle aziende agricole è in perdita senza contributi. Il mercato è drogato da contributi dall’epoca in cui l’obiettivo dell’Unione Europea era soddisfare il fabbisogno alimentare. Si davano sussidi ai piccoli per chiudere e ai grandi per diventare più grandi ottimizzando le economie di scala. A quel tempo si è stabilito “il prezzo che il consumatore deve pagare il cibo” e da lì non si è più voluto saperne di andare a valutare i costi reali, anche ambientali. Sommato a questo c’è da dire che il rincaro d’inflazione degli ultimi anni se l’è mangiato la grande distribuzione organizzata, lasciando oggi gli agricoltori con le liquidazioni degli anni ’90 del secolo scorso. Con il valore del prodotto così basso sono impensabili investimenti svincolati da contributi. Quindi si investe esclusivamente nella direzione indicata dalla PAC che li eroga. Se la direzione è un muro ci si schianta.
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La Pac (politica agricola comunitaria, unica politica gestita direttamente dall’EU) è divisa in due pilastri: pagamenti diretti (o titoli) e PSR (piano di sviluppo rurale). Il valore economico è 10 a 1. Il PSR è: “se fai qualcosa ti do qualcosa”. Se sfalci ti concedo tot, se fai agriturismo, se compri trattore… La “ciccia” però non è lì, ma nei titoli, calcolati a “consistenza”.
Vieni valutato ogni tot anni e ricevi una rendita annuale “perché esisti”. Questo sistema agli occhi di Bruxelles funziona molto bene nel 90% dell’EU. Ad esempio in montagna, però, ci sono gravi distorsioni perché gli speculatori dei titoli prendendo in affitto grandi pascoli “pubblici” possono variare rapidamente la propria consistenza aumentando i titoli. Visto però che il sistema funziona in gran parte dell’EU, e muove un mare di interessi, non viene toccato.
Il tema quindi non è “capaci o incapaci di stare sul mercato”, ma “capaci o incapaci di mangiare contributi oltre a quelli spettanti”.
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Dire quindi che “sono da chiudere tutte le aziende che prendono contributi e che non stanno sul mercato senza di essi” non è solo ignorante, ma fa il gioco degli speculatori. O frasi tipo “i contadini prendono gli sfalci” è come guardare l’ago e non vedere la trave.
Ottimizzare solamente le economie di scala oggi significa pugnalare a morte la biodiversità, ma capisco sia una consapevolezza recente. Diversificare però fa aumentare i costi e diventa impensabile continuare a pagare il cibo così poco (“poco” diviso poi a fette tra gdo, trasporto, trasformatori e, infine, agricoltore).
Se negli ultimi 10 anni avete visto più “praticelli verdi” rispetto a campi arati tutto l’inverno è per via del greening (vincoli della pac) non perché l’agricoltore una mattina si è svegliato e ha capito il valore dell’ambiente o della biodiversità.
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Per concludere, la soluzione nel breve-medio periodo non è eliminare i contributi, ma variare i motivi per cui si prendono.
Il potere della PAC è enorme ed è quanto mai urgente che venga definita su basi ambientali forti e che dia un taglio netto alle speculazioni, che oramai sono più che chiare e circoscrivibili.
Quindi perché non si risolve? Il problema cardine è che i soggetti da contrastare sono strapieni di soldi, che gli ha dato la PAC in vent’anni, e possono farsi “rappresentare” molto meglio degli altri.
Pian piano non sarebbe male dare finalmente il suo valore al prodotto. Poi, quando l’agricoltore sarà in utile senza contributi, allora le tasse le pagherà volentieri (oggi paga poco o nulla), altrimenti girerebbe i contributi EU allo stato, che li gira all’EU e avanti così.
Nel mentre, chiude.

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