Martedì 15 ottobre 2019

L’Homo Salvadego tra mito e storia

Condividi

Le antiche leggende della Valtellina sono popolate di figure mitiche che hanno impresso un marchio indelebile sul folclore della regione alpina. Dai massi erratici scambiati per uova di drago pietrificate come il il Sas da l’öof sul sentiero fra Nogaredo e Piazza Caprara nel comune di Samolaco in Valchiavenna, alle streghe dei Sabba nella radura di Bassa Valle (località denominata non a caso Acqua di Cofana con un richiamo ben chiaro ai calderoni per le pozioni delle fattucchiere), o ai più recenti avvistamenti di UFO nei cieli della Valmalenco, sono tanti i miti e i fatti leggendari che hanno influenzato l’immaginario dei valtellinesi. Tra tutti uno dei più significativi è senz’altro quello dell’Homo Salvadego.
Nel paese di Sacco nel comune di Cosio Valtellino c’è persino un museo dedicato a questo personaggio mitico. Al suo interno c’è un vecchio granaio affrescato (noto come camera picta) risalente alla seconda metà del XV° secolo. Un ciclo di immagini e icone sacre e profane nel quale l’Homo Salvadego viene rappresentato come un essere preistorico con tanto di clava, barba e capelli incolti e pelliccia foltissima. Il suo bestiale ed irsuto splendore viene sottolineato dalla frase che accompagna la rara icona: “Ego sonto un homo selvadego per natura, chi me offende ge fo pagura”. Un uomo nero dei boschi, incrocio tra uomo e primate preistorico che in qualche maniera sembra richiamare il celebre Sasquatch o Bigfoot dei boschi del Nord America, parente non troppo alla lontana di quello Yeti dei picchi dell’Himalaya avvistato anche dallo scalatore Reinnhold Messner.
Al limite tra fantasia e realtà questa figura continua ad affascinare avendo radici nel folclore medievale, periodo che ha favorito la diffusione di queste figure mitiche, anche sulla scia dei fantastici racconti di viaggio dell’epoca come il Milione di Marco Polo, personaggio simbolo di questo gusto del “meraviglioso” degli autori dell’epoca che tuttavia incise profondamente il suo nome nella storia, si pensi che le sue esplorazioni ispirarono Cristoforo Colombo e che grazie a lui furono introdotti i giochi di carte a Venezia. Nel Milione per l’appunto vengono descritti i cinocefali delle Andamane, popolazioni dipinte dal girovago veneziano come incroci tra cani o lupi e uomini. Un racconto che non si discosta poi troppo dalle descrizioni tradizionali dell’Homo Salvadego (in alcune versioni è infatti rappresentato con il corpo o il viso di un animale, spesso di un cervo o un caprone) che tuttavia nel caso specifico sembra avere origini ancora più antiche. Pare infatti che il personaggio dell’Homo Salvadego, ripreso anche nello stemma delle Dieci Giurisdizioni delle Leghe Grigie, derivi dai miti celtici o ancor meglio da quelli Retici, le antiche popolazioni che abitavano l’arco alpino e la Valtellina prima della conquista romana. Una metafora della natura e dell’istinto ferino dell’uomo che un tempo viveva in totale simbiosi con il suo habitat come un animale.
Una figura ambivalente che unisce in sé la natura tellurica e più animalesca dell’uomo e quella più evoluta basata sul potere cognitivo che ha portato la nostra specie al vertice della catena alimentare. Si tramanda infatti che nonostante le sembianze poco rassicuranti l’Homo Salvadego sia detentore di una conoscenza ancestrale, egli infatti conosce le erbe medicinali e i segreti del bosco è maestro di apicultura, forgiatura dei metalli e dell’arte caseari. Una sorta di saggia divinità che in alcuni suoi tratti richiama il dio Pan, il dio Silvano o i Satiri della religione greca e romana arcaica. Furono senz’altro i cristiani, nel timore di revanscismi pagani, a demonizzare questo personaggio che presto divenne un’icona negativa associata al maligno.
Già all’epoca dei romani la religione tramandata dalle legioni aveva difficilmente attecchito sui discendenti dei Reti e molti di loro continuavano a seguire le loro pratiche sacre intrise di sciamanesimo. Che l’Homo Salvadego non sia la memoria di qualche vecchio sciamano che ha continuato a praticare in solitudine tra i boschi i suoi riti antichi aiutando le popolazioni locali con la sua conoscenza ancestrale delle erbe? Difficile dirlo con certezza ma il mistero di questa leggenda continua ad affascinare i valtellinesi e i visitatori incuriositi da questo “mostro” locale…

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Ultime notizie