Mercoledì 27 ottobre 2021

Madesimo: 30 anni al fronte con l’inviato di guerra Fausto Biloslavo

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Trent’anni di lavoro al fronte, con il taccuino, la macchina fotografica e la videocamera. Perché a differenza di tanti colleghi reporter che trasmettono notizie dal bordo delle piscine degli alberghi, il giornalista triestino de “Il Giornale” Fausto Biloslavo la guerra l’ha vista in faccia. Ha cominciato a conoscerla 30 anni fa e martedì, a Madesimo, ospite della rassegna culturale che gli ha tributato il “Premio”, nella sezione “Inviati”, l’ha raccontato ad un pubblico qualificato e attento.
Biloslavo ha iniziato la propria carriera a poco più di vent’anni, «per unire la possibilità di girare il mondo facendo il mestiere che ci appassiona e quella di sbarcare il lunario». Il lavoro del reporter l’ha portato su tutti i fronti più importanti e il primo importante reportage lo ha visto riferire dell’invasione israeliana in Libano nel 1982.
Biloslavo ha mostrato anche attraverso le immagini che dagli anni ’80 ad oggi ha girato al fronte, come è cambiato il mestiere di reporter.
Negli ultimi vent’anni ha lavorato in Africa e nei Balcani, in Iraq, in Palestina e in Libia, dove è stato l’ultimo italiano ad intervistare il colonnello Gheddafi poco prima della sua morte, ma soprattutto in Afghanistan, che definisce «una terra splendida che è diventata la mia seconda casa».
Nel 1987 fu catturato da una truppa di soldati bambini armati di Kalashnikov e fatto prigioniero a Kabul per sette lunghi mesi, dopo un reportage sulla resistenza afghana contro l’Armata Rossa.
Venne rilasciato grazie all’intervento dell’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, poi tornò in Afghanistan l’anno dopo ma fu investito da un camion militare. Una ritorsione. Ridotto in fin di vita, non si diede mai per vinto e dopo sei mesi su una sedia a rotelle non temporeggiò nel tornare in prima linea. «La guerra, se vogliamo capirla, dobbiamo guardarla in faccia – ha spiegato . Questo nostro lavoro si basa sul sudore e sul sangue, come ci hanno purtroppo dimostrato le tragedie di tanti amici e colleghi».
Biloslavo, di ritorno dal Kazakistan dove si è occupato con interviste esclusive del caso Shalabayeva, è stato premiato per il coraggio e la tenacia dimostrata negli anni. Oggi “firma” inchieste estere di scottante attualità: dal recente caso kazako, a quello dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, di cui a Madesimo si è occupato prendendo lo spunto dal suo instant book, edito da “Il Giornale”. «Questa è una storia vergognosa – ha sottolineato -. Non si tratta di due persone che erano là in vacanza, stiamo parlando di due uomini in divisa, due servitori dello Stato impegnati a difesa del Tricolore. È una vicenda di orgoglio e di dignità nazionale. Io penso che li ha incastrati l’ignavia dei governi e della politica italiana. Non siamo stati capaci di battere i pugni sul tavolo. Avremmo avuto la possibilità di risolvere a priori questo pasticcio con una lunga serie di azioni legittime ed efficaci. Scortiamo le navi indiane nelle operazioni anti-pirateria, comandiamo il battaglione indiano in Libano. Avremmo potuto fare capire le nostre facoltà, non l’abbiamo fatto. Non so se i due nostri ragazzi sono innocenti o colpevoli. Sicuramente hanno sparato. Saranno il tribunale e il processo a stabilirlo. Il problema è che le udienze si svolgeranno in India e non in Italia. Il rischio è una condanna definitiva, scritta da tempo: sarà un finale vergognoso. Quei due ragazzi sono un simbolo dell’Italia».

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