Domenica 23 febbraio 2020

Storia dell’alpinismo in Valmalenco

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La storia dell’alpinismo malenco è strettamente legata all’esplorazione generale delle vette dell’arco alpino.
Sino alla prima metà dell’800 le cime più alte dei gruppi montuosi Disgrazia, Bernina e Scalino erano sostanzialmente considerati luoghi assai pericolosi e quindi da evitare.
Tre secoli fa rischiare la vita per scalare una montagna sarebbe stata considerata pura follia.
L’idea che la natura selvaggia potesse avere un fascino non esisteva: alla cultura del tempo la natura appariva degna di interesse nella misura in cui esprimeva fecondità.
Nel medioevo i picchi più alti si ritenevano tradizionalmente dimora del soprannaturale e dell’ostile, addirittura popolati da pericolosi draghi. Si credeva che a staccare le valanghe bastasse il fremito di uno starnuto o il battito d’ala di un uccello che volasse radente un pendio carico di neve.
Va da sé che la frequentazione della montagna era unicamente regolata dalle necessità di sopravvivenza delle popolazioni locali, costituite perlopiù da pastori e contadini.
Sporadiche erano le incursioni al di sopra degli alpeggi più alti, dettate unicamente dal bisogno, da attività dal concreto risvolto pratico come la caccia, la raccolta di piante officinali o la ricerca di cristalli.
Accanto ad esse andò a svilupparsi l’esigenza di raggiungere alcuni punti culminanti soprattutto da parte dei topografi che in tal modo potevano, armati dei loro pesanti teodoliti, traguardare le vette circostanti per determinarne la quota per realizzare le prime complete mappe topografiche della zona.
E’ il caso del Pizzo Scalino 3323m, inconfondibile piramide che domina la porzione orientale della nostra Valle, la cui vetta venne raggiunta per la prima volta da un gruppo di topografi lombardi, al servizio austriaco, nel lontano 1830.
Lo stesso Pizzo Bernina 4050m, maggior vetta delle Alpi Retiche e 4000 più orientale delle Alpi, fu conquistato nel settembre del 1850 dal topografo svizzero Johann Coaz e i suoi aiutanti, a coronamento di una lunga campagna di studi condotta sul massiccio.
L’alpinismo in Valmalenco, al pari del resto delle Alpi, nacque indotto dalla passione per la scienza ed ogni alpinista degno di questo nome, scalava non senza dimenticarsi di misurare sulla vetta la temperatura di ebollizione dell’acqua!
Al contempo le montagne però iniziarono ad esercitare la loro straordinaria e spesso fatale attrazione sullo spirito umano, cominciando ad essere salite per il semplice piacere di farlo: verticalità, desolazione e pericolo mutarono in breve in elementi ricercati ed apprezzati!
Da mere contingenze della geologia, da “monumenti del lento lavorio di immense forze della natura nel corso di innumerevoli millenni”, come scrisse Leslie Stephen (primo salitore del Disgrazia), si trasformano dunque in un istinto universale per l’altitudine, per la ricerca del “dilettevole orrore”, sino al confronto sportivo con la natura.

La salita degli inglesi Stephen, Kennedy con la Guida vallesana Anderegg e il domestico Cox al Monte Disgrazia il 24 agosto 1862 sancisce definitivamente la nascita dell’alpinismo così come lo conosciamo oggi e, di fatto, anche del turismo alpino nell’intera regione.
I viaggiatori-esploratori inglesi furono tra i maggiori estimatori delle nostre montagne che, per varietà di ambienti, costituiscono un ineguagliato esempio di geodiversità, qualità che sottende ed integra la biodiversità all’interno degli ecosistemi.
La conquista delle vette portò alla necessaria nascita dei primi rifugi: 1880 Capanna di Corna Rossa e Capanna Scerscen.
Nei decenni successivi fu un proliferare di salite per ogni versante ed ogni cresta.
Le numerose scalate in successione rispecchiarono i rispettivi periodi storici ed evidenziano con chiarezza l’innovazione tecnica e dei materiali alpinistici che si tradussero in linee di salita sempre più ardite ed impegnative.
Quel che rimane è un grande, grandissimo patrimonio, ove regna il tempo ed il silenzio, elementi che non si possono comprare ovunque e neppure contraffare!
Michele Comi

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