Mercoledì 23 giugno 2021

Sul Gavia la tappa più epica della storia del Giro d’Italia

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“Lo spettacolo deve continuare e i ciclisti devono soffrire per lo spettacolo”.
Così disse il Patron Vincenzo Torriani, la mattina del 5 giugno 1988, poco prima che la carovana arrivasse a Ponte di Legno per affrontare quella che diverrà la salita e, per molti la tappa più epica della storia del Giro d’Italia. Oggi ero dai Bonetta sul Gavia, nella loro sala da pranzo si possono vedere proprio alcune immagini di quella tappa straordinaria, ricorreva ieri l’anniversario. Non era ancora l’alba quel 5 giugno e già sul Gavia, che proprio Torriani aveva scoperto nel 1960 (oggi trovate un suo busto in cima al passo), nevicava alla grande, diverse decine di centimetri in poche ore caddero oltre i 2000 metri, gli uomini dell’Anas fecero il possibile per tenere sgombra la sede stradale, all’epoca ancora sterrata e più stretta rispetto ad oggi; la tappa partiva da Chiesa Valmalenco ed arrivava a Bormio, affrontando l’Aprica ed infine il temuto Gavia, una tappa piuttosto breve, soli 120 chilometri, ma che diventò una delle più lunghe per i corridori.
Quella tappa era molto attesa nel Giro 1988, si toccava la “Cima Coppi”, proprio con la salita più dura e più alta, quella del Gavia. Quella tappa poteva cambiare la classifica, c’erano otto corridori in meno di 3 minuti al 4 Giugno, tra cui quello rappresentato in foto, quello che sul Gavia fece la storia: Handy Hampsten, un giovane scalatore americano di 26 anni. Questa foto è spettacolare per me, la ripropongo sempre, rappresenta appieno il ciclismo vero: la fatica, la sofferenza si leggono negli occhi, con la testa e la maglia piena di neve, le gambe completamente nude, ai 2621 metri del valico i termometri segnavano -4°, quello che successe ha dell’incredibile e del leggendario. Hampsten faceva parte della squadra americana del Colorado, la 7-Eleven, proprio lui era proprio dello stato del Colorado, chi conosce il clima sa benissimo che gli inverni in Colorado sono impegnativi, proprio per nevosità e freddo, lui era certamente abituato a bufere di neve, questo certamente giocò a suo favore. Proprio gli americani decisero di affrontare quella tappa “come se stessero per attraversare il canale della manica a nuoto, coperti come non mai” dissero. Hampsten era uno scalatore, decise di attaccare poco dopo Sant’Apollonia, davanti a lui solo Van Der Velde, che fece tutta la salita in maniche corte, senza casco o cappellino, dopo quota 2300 metri, all’imbocco della strada vecchia al Cippo degli Alpini, fu un vero delirio: la strada era una lastra, la nevicata si fece più consistente, ammiraglie intraversate a cercare di montare catene, moto ferme, corridori che piangevano a bordo strada per il freddo, altri che cadevano per la fatica, con la gente a sorreggerli, altri chiedevano giornali per proteggersi, una volta sul passo non si capiva bene se la corsa sarebbe proseguita o meno, la gente era in mezzo alla strada, in quelle condizioni nessuno avrebbe pensato ad un proseguo, dovendo affrontare la discesa tecnica verso Santa Caterina.

Si hanno poche immagini di quei momenti, le moto con le telecamere erano ferme e si avevano grossi problemi di trasmissione dei segnali. Proprio Van Der Velde, una volta scollinato, forse per il nervosismo dovuto al freddo, cercava di farsi largo tra la folla a spintoni per passare, Hampsten lo riprese, fecero un tratto assieme, ma in zona Berni si fermò, tornò indietro e pare che entrò in un camper per scaldarsi, dichiarò che non ce la faceva più, perse ben 47 minuti. Hampsten passò ed iniziò a scendere, ha poi dichiarato che in quella discesa non si trattava più di una corsa in bici, era un’atrocità. Dopo il rifugio Berni scendeva con i piedi a terra, era solo, nessuna ammiraglia o moto dietro di lui, i freni erano ghiacciati, non si vedeva nulla per la nebbia e la neve sugli occhiali, cercava di frenare solo quando vedeva la scritta “tornante”. Il commentatore Rai, ad un certo punto, passato il valico, vide molti corridori portare le bici a mano, era impossibile scendere in quelle condizioni, Saronni stava piangendo mentre costeggiava il Lago Bianco, scene incredibili che rimarranno nella storia del Giro d’Italia. Hampsten superò Santa Caterina e, proprio mentre scendeva a Bormio, lo raggiunse l’auto con a bordo Torriani per supportarlo, scendeva forse troppo piano questo ragazzo, aveva veramente freddo e nessuno a supportarlo nella parte tecnica della discesa, venne raggiunto da Breukink, che tagliò il traguardo di Bormio 7 secondi prima di lui, il terzo arrivò 5 minuti dopo. Quel giorno partirono in 154, arrivarono a Bormio in 139, gli altri si ritirarono. Hampsten, ormai 60enne, che quasi ogni anno viene dagli Stati Uniti per scalare il Gavia, ha dichiarato anni dopo che quel giorno vinse la mente sul corpo, perché se fosse stato per il corpo era finita, “non sarei mai arrivato al traguardo, potremmo passare un paio d’ore per raccontarvi com’era quel freddo, mai provato in vita mia.”
Il giorno dopo i principali quotidiani dedicarono la copertina a questa tappa, “inferno sul Gavia” titolò la Gazzetta, “sul loro volto è disegnato il terrore più che la fatica”, scrisse il Corriere.
Più che il ciclismo direi che questa è la montagna, che in qualsiasi modo la si viva, è una vera maestra di vita, quella vera, quella nuda e cruda, quella dalla quale siamo nati e che oggi forse abbiamo perso tra le nostre mille comodità, queste immagini di Handy lo dimostrano appieno.
Marco Trezzi

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