Martedì 22 giugno 2021

A tu per tu con Giuseppe Rainoldi e 60 anni di vino di Valtellina

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Giuseppe RainoldiCapita raramente di potere intervistare persone al timone da tanti anni in un mercato così affascinante, ma impegnativo, come quello del vino di Valtellina, che negli ultimi quaranta anni ha attraversato periodi di grandi mutamenti per arrivare alla qualità odierna. Stiamo parlando di Giuseppe Rainoldi, classe 1937, titolare della storica cantina di Chiuro fondata dal padre Aldo nel 1925, azienda che produce 200.000 bottiglie di Valtellina Superiore DOCG nelle zone Grumello, Sassella, Inferno e Valgella, oltre al celebre Sforzato DOCG.
Giuseppe, o come viene chiamato nell’ambiente “Peppino”, ha iniziato giovanissimo negli anni ’50, ad occuparsi dell’azienda di famiglia, che all’epoca puntava principalmente sul commercio e distribuzione dei propri vini nella vicina Svizzera. Il suo arrivo nella casa vinicola ha permesso lo sviluppo, a partire dagli anni ’60 e ’70, della distribuzione a livello lombardo e soprattutto l’inizio dell’esportazione.
Attivo per venti anni nell’amministrazione locale e nell’associazionismo di categoria, ha rivestito a lungo un ruolo di sprone nel Consorzio Tutela Vini di Valtellina. Senza dubbio un personaggio che in campo turistico vanta una forte esperienza ed è venuto naturale a Valtellina Turismo Mobile intervistarlo per approfondire le tematiche a noi (e voi) care.

Vino e turismo in Valtellina diventeranno un giorno due veri interlocutori?
Uno non può escludere l’altro, sono entrambi importanti. La coltivazione dei vigneti offre un grande panorama e spettacolo al turismo dal punto di vista paesaggistico e comunicazionale, salvaguardando inoltre il territorio. La nostra azienda appena acquisisce un nuovo cliente estero per prima cosa lo porta in Valtellina per vedere i nostri terrazzamenti. Non dimentichiamo che siamo una delle zone vitate più ampie dell’arco alpino.

E commercialmente?
Il primo mercato è quello locale, anche se vendiamo in tutto il mondo. I turisti oggi comunque sono maturati e più consapevoli, sanno che la nostra provincia è una zona di produzione e non si può più proporgli altri vini a tavola. il cambio generazionale poi ha aiutato il percorso di consapevolezza delle strutture ricettive, che hanno dovuto adeguarsi e vendere anche l’enogastronomia locale.

Dall’alto dei suoi sessanta anni di esperienza sul campo, cosa manca oggi al nostro vino per essere a portata di turista?
La nostra produzione è di altissimo livello, i grandi costi di produzione non ci permettono di uscire sul mercato con prodotti di medio livello e costo. Servirebbe un tipo di turismo selezionato, se mi passate il termine.

Ok, ma non è necessario che il turista acquisti sei bottiglie, ne vanno bene anche due…
Vero, ma il turismo che viene in cantina è un’altra cosa. Quello che serve a noi produttori è un utente in parte diverso dai turisti di massa. L’enoturismo segue canali diversi rispetto alla grande distribuzione, sia commerciale che turistica.

Lei ha girato il mondo e tuttora ne è un osservatore privilegiato. Cosa ci manca per decollare turisticamente?
Secondo me è fondamentale che gli operatori facciano una grande esperienza all’estero e portino in valle tutto quello che riescono ad imparare.

Non manca anche un po’ di amore verso la propria terra dei valtellinesi?
La mancanza è culturale, non credo serva aggiungere altro.

Si dice che il futuro dei giovani valtellinesi è nel turismo. Ripone speranze nelle nuove generazioni?
Certo, me lo auguro, le nuove leve sono le grandi speranze del territorio. Oggi abbiamo ben trenta piccoli produttori di vino con una produzione inferiore alle 10.000 bottiglie e spero ne arrivino altrettanti. In Valtellina non si chiudono le aziende vitivinicole, ma si aprono e sono in continuo aumento. Il mio auspicio è che crescano e non si scoraggino.

Ci sarebbero mille domande per lei, ma ci tolga un’ultima curiosità, dov’è seduto?

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